Ancona: alba, Marco e tramonto

by United Blogs of Benetton on: maggio 23rd, 2011

È mattina presto di sabato.

Sorpassiamo un’altra collina e il treno viene invaso da una carezza di luce. Ecco il primo sole del Mar Adriatico, con il suo corredo di bagnini, gelati e pedalò. La nostra fermata è Ancona, la città a forma di gomito che, rivolta sia a est che a ovest, è l’unica di questa costa a vedere sia il sole che sorge e quello che tramonta.

Nonostante la giornata da spiaggia, già dalle tre il negozio Benetton brulica di bambini e bambine che si aggrappano ai pantaloni dei loro genitori e li trascinano nella coda del casting. Tra uno scatto e l’altro, troviamo il tempo di fare due chiacchiere con Marco Garofalo, il fotografo del casting. Ha immortalato qualcosa come 500 bambini nell’ultima settimana e almeno altrettanti lo aspettano agguerriti nella seconda parte del tour.

Ciao Marco, come vanno le cose?
Sta andando tutto bene. Ottimo lavoro di squadra e gran divertimento. La sera, quando riguardiamo le fotografie sul mio computer me li ricordo tutti. Alcuni hanno una faccia tosta incredibile, altri sono più introversi. Io da piccolo ero un tipo abbastanza turbolento. “Marco si arrampica sui caloriferi”, “Marco grida”, “Marco ruba la merenda alla compagna”: nel mio quaderno delle elementari ogni giorno c’era una nuova nota. Tuttora mi piacciono i tipi da ultimo banco, ma, attenzione, anche quelli che si siedono nel primo. L’importante è che fin da piccoli, più o meno inconsciamente, sappiano prendere una posizione.

E tu, come hai deciso di fare il fotografo?
Da bambino volevo fare il veterinario. Sono finito a fare il fotografo per la mia tendenza a infilarmi in situazioni insolite. Ho fatto una gavetta lunga nella moda, poi sono diventato fotoreporter, con incursioni nel ritratto ambientato. È un mestiere importante, di responsabilità, che richiede una buona dose di egocentrismo: per scattare una fotografia che è sicuramente già stata scattata da qualcun altro in qualche parte del mondo bisogna avere la pretesa di poter dire qualcosa di nuovo. A me aiuta il fatto di essere una persona naturalmente empatica: soprattutto nel ritratto è fondamentale entrare rapidamente in sintonia con la persona che ti sta ti fronte.

Un fotografo è anche un po’ psicologo quindi?
Sicuramente. La fotografia, l’arte e le attività creative in generale ti obbligano a scavare dentro di te e a tirare fuori le cose più intime che hai e che senti. Me ne accorgo quando insegno fotografia, sia quando lo faccio per lavoro agli aspiranti fotografi che quando lo faccio per volontariato ai ragazzi in attività prescolare. Ho insegnato in Kosovo, in un programma di educazione alla pace, e in Congo, ai ragazzi di strada. Poi ho tenuto alcuni corsi nelle strutture sociali di affidamento di Milano: bambini con alle spalle situazioni famigliari difficili o extracomunitari con difficoltà d’inserimento. Mettergli in mano una macchina fotografica è sempre stata una scusa per cominciare a parlare.

Potremmo continuare a chiacchierare con Marco per ore, ma spunta una mano che lo tira per la giacca e lo trascina di nuovo sul set. Sono le sei passate, ma gli anconetani non hanno nessuna intenzione di mollare l’osso. Il negozio è ancora pieno e, appena fuori, il cielo di Piazza Roma è stato invaso da uno stormo di farfalle. A noi non resta che girarci verso ovest e goderci il tramonto.

 
 

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